
“I tridici morza” natalizi consistono, verosimilmente, in:
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Vermicelli con broccoli e sugo di baccalà, oppure vermicelli con sugo di stocco o, in alternativa “povera”, spaghetti con mollica, qualche acciuga e pomodori freschi.
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Baccalà fritto.
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Baccalà in umido.
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Stocco “scaddatu“.
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Broccoli “affucati“.
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‘A cucuzza fritta e “solari solari” — cioè a strati.
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Cavolfiore in agrodolce o sbollentato e condito con olio, limone e prezzemolo.
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Frittelle di cavolfiore o di “taji” (fiore di zucca), o soltanto con acciughe.
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Insalata di arance con olive.
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Zeppole con uva passa o con acciughe.
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Frutta fresca. Finocchi e lupini.
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Frutta secca.
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Dolci: susumelli, croccante di mandorle o di noci.
Sono 13 i cibi che in Calabria bisogna mangiare la sera della Vigilia di Natale: 13 portate come il numero degli Apostoli insieme a Gesù, ma possono essere anche 9, come i mesi dell’attesa, o 7 come le virtù, ma sempre rigorosamente a base di verdure, ortaggi e pesce conservato o fresco.
Una cena di magro, insomma, ma con cibi non proprio leggeri: si raggiunge davvero il clou della prelibatezza e vanno mangiati per devozione. Nel tempo la cena del 24 si è arricchita di qualche variante sul tema e di piatti più elaborati, ma risulta essere ancora un rito, un amorevole intreccio tra sacro e profano in cui le varie preparazioni di piatti tipici continuano a rappresentare l’antico legame tra Umano e Divino e a offrire ancora il senso di una festa che celebra la nascita di Gesù, quindi della vita e della famiglia.

