“A putica” era il cuore commerciale dei paesi del Sud

Qualche “putica” ho fatto in tempo a vederla anch’io, certo non di quelle raccontate durante il dopoguerra ma quelle più moderne ma pur sempre un luogo fondamentale. Certamente ci si accontentava di quello che si trovava, si acquistava tutto sfuso ed a peso. Tutto era esposto in enormi recipienti ed ecco che la povertà faceva acquistare le cose anche a cucchiaiate. Però si trovava di tutto! Il sale, il riso, la pasta (‘na pisata, cinque chili’), le caramelle in bella mostra in un vaso trasparente, la liquirizia, le castagne secche, la cannella, la noce moscata, lo spago, i quaderni, le matite, il sapone, il filo da cucire e quant’altro necessario alla vita di allora. E’ chiaro che tutte si assomigliavano, il bancone con la bilancia e l’immancabile “puticharu” che faceva tutt’uno col bancone solito a segnare. Certo una volta fatti i conti a matita sulla carta magari del pane segnava nel suo quadernino. Vendeva “a cridenza” e poi ogni famiglia a fine mese saldava senza fregature e sulla fiducia. Ci vollero gli “anni Settanta”, quando le rimesse degli emigranti dalla Francia, dalla Germania, dalla lontana Australia e dall’America e un certo risveglio economico migliorarono le modeste condizioni delle famiglie, perché le “librette” sparissero del tutto. Vi erano anche i casi in cui le condizioni economiche avverse facevano postdatare il pagamento mensile ma il “puticharu” mai si sognava di smettere col credito. Ben altri tempi e la solidarietà era autentica! Purtroppo non ho fatto in tempo a vedere quando ogni “puticha” aveva un piccolo locale per il gioco delle carte. Eh si da qui il detto “casa e puticha” una sorta di bar “ante litteram” unico svago del paese. Mentre “a puticha” ad orario chiudeva la cantina continuava non stop si giocava e beveva tra fumi e tabacco. Sopratutto “u picharu” doveva essere maestro nello stimolare la sete ed ecco che offriva cose salate, olive, salumi.

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