Carnevale in Calabria: Storia di un mondo contadino-pastorale

Tutte le più belle tradizioni calabresi sono legate al mondo agricolo e pastorale che affonda le radici nei popoli che in altre epoche hanno popolato la nostra Calabria. Il termine Carnevale deriva da Carnalia delle feste dedicate a Saturno svolte nel mese di marzo. E’ chiaro che oggi l’iniziale significato del Carnevale è stato modificato dal progresso. Chiari i segni di ascendenze bacco-dionisiache per il nostro Carnevale, i quali tra i rigori della vita nei boschi si dava a libero sfogo di balli tra flauti, zampogne, vino. Nel Cosentino per esempio, dove negli ultimi giorni di Carnevale, che succedono appunto, quasi sempre nel mese di febbraio, si trascorreva parecchio tempo in reciproci banchetti con l’uso delle maschere e delle danze, commemorando pure i loro morti rito svolto fino agli anni ’50 . Ad Altomonte si facevano le opere di bene ai poveri a Lago si faceva un catafalco su cui si posavano i dolci per i poveri.Nei villaggi albanesi, soprattutto in quelli dove si praticava il rito greco, si distribuivano ai poveri pane e grano bollito. Un tempo però il Carnevale serviva a commemorare i defunti ma questo è altro argomento. Inoltre sempre nel cosentino si sceglievano dei fanciulli che vestivano panni di Baccanti o ninfe. Quando giunsero i bizantini nelle nostre terre si cominciò a mescolare i riti un periodo di digiuno, collocato prima dell’inizio della grande quaresima, in ricordo della predicazione del profeta Giona e della conversione degli abitanti di Ninive .Sappiamo, anzi, che in quei giorni l’archimandrita del monastero di San Giovanni Theristi di Stilo (RC), per altro noto per i suoi costumi poco morigerati, «in carnisbrivio tingebat sibi faciem et postea ibat per casale faciendo: “Bu bu bu” » . La festa di Carnevale in Calabria, ha quindi origine da diverse tradizioni che si vennero incorporando nel profondo tessuto etnico locale. Il rito più usato è la fine di Carnevale con processo, testamento e morte. Ancora oggi a Luzzi, in provincia di Cosenza, rimane la processione di “nannuzzu carnulivaru”, l’antico rito funebre che celebra la morte di Carnevale. I partecipanti piangono il nannuzzu il vecchio Carnevale. Anche a Tropea, come attesta la testimonianza del Segretario Generale della Intendenza della Calabria Ultra avveniva il rogo di Re Carnevale“…Nel giorno poi che chiude i baccanali sollazzi, si moltiplicano le maschere, e si sentono fino a mezzanotte altissimi urli co’ quali fingono di piangere la morte del Carnevale che i popolo simboleggia in un omaccione di paglia goffamente vestito, al quale in ultimo finiscono con l’appiccargli il fuoco fra le grida e gli schiamazzi dei monelli, i quali cantano pure: Carnilevare moriu di notti e dassau quattru ricotte Du’ frischi e du’ salati Pi li povari malati; Du’ frischi e du’ stantivi Pi li poviri cattivi. Poi la pratica delle strine carnevalesche un beone di paese si travestiva e rappresentava la fine di Carnevale pratica fatta sia a Nicotera che a San Nicola da Crissa. In tempi remoti i Calabresi durante il Carnevale non permettevano a nessuno di lavorare, chi veniva visto farlo doveva pagare pegno agli amici in cantina. Non a caso in quel periodo si sentiva pronunciare la seguente frase: Duminica, Luni e Marti, non si pensa cchjù all’arti, ma si penza a lu mangiari chi esti di Carnalivari Domenica, Lunedì e Martedì, non si pe pensa più al lavoro, ma si pensa al mangiare, poiché e di Carnevale. Persino le donne cadevano nel mirino di chi festeggiava questa festa, se per caso, nelle vie interne, si fossero trovate donne intente a filare, la lieta brigata strappava loro fuso e conocchia. Fino a qualche anno fa, in numerosi carnevali della Calabria, era possibile trovare maschere, decorazioni floreali e alimentari, simboli fallici che richiamavano il carattere di festa di propiziazione, prolificità, rinascita della natura. Nei paesi interni della nostra bella Calabria si è passato ad un rito diverso mettendo in scena farse paesane molto divertenti. Presi di mira i gnuri dei paesi nell’intento di ridicolizzarli. Mentre in una farsa raccolta a S.Nicola da Crissa: ‘Mbiatu cu’ ave frisca la memoria E cu’ ave lu stipendio a quindicina; Alla fini di lu misi va e si paga E si la ccatta ‘na coscia de vaccina:A mia l’amaru, lu picu e la pala E chista este la mia medicina”. “Beato chi ha fresca la memoria / E chi si prende lo stipendio ogni quindici giorni; / Alla fine del mese va a pagarsi / E se la compra una coscia di vaccina / A me l’infelice il pico e la pala / E’ questa la mia medicina”.Su questa festa la Chiesa non è riuscita a mettere “le mani”chi festeggiava il Carnevale era chiamato testa senza cereveja! Mantenendo gli archetipi antichi il giovedì grasso ci si cibava solo di carne e “ cu non avia sordi si mpegnava u figghjiolu”. Nel Crotonese si mettono in scena i dialoghi tra il ricco Carnevale e la povera Corajsima che deve sposare le 12 figlie.Quaresima vestita di nero e con la collana fatta di teste di aglio e peperoni secchi e rossi. Erano messe in scena nelle piazze queste farse che si concludevano col funerale di Carnelivare.Nonostante le ambiguità, i controlli dall’alto, le limitazioni ecclesiastiche, Carnevale rispondeva a bisogni sociali, culturali, psicologici profondi delle classi popolari. Esso ha rappresentato anche in Calabria uno spazio relativamente autonomo di espressione, protesta, liberazione per le classi oppresse.



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