Vimini e panari: artigianato calabrese

Arte antichissima questa dell’intreccio di vimini canne o paglia. Già dal neolitico in Calabria si sono rinvenuti esempi di cesti che rappresentano delle vere opere di artigianato. L’attività era già affermata alla fine del ‘600 ed ebbe la sua fase terminale negli anni ’70 del secolo scorso. Questa bellissima arte consiste nel creare a mano “panari e cisti”! Oggi esistono alcuni laboratori a conduzione familiare che portano avanti quest’arte, realizzano cestini, sedie impagliate, souvenir ed altri accessori. Tuttavia di grande rilievo la produzione di San Giorgio Morgeto nel Reggino e Soriano Calabro nel Vibonese, i due comuni si contendono la partita. Ma cosa producono le botteghe di questi comuni? Dai “cannistri“, cioè contenitori per la raccolta della frutta, “panari” o “ferlazze” per l’esposizione al sole dei pomodori, dei fichi o delle melanzane. Inoltre sedie impagliate, cestini ed altri utensili di uso agricolo o decorativo, tra i quali spicca il peculiare ventaglio per attizzare il fuoco. Molti di questi prodotti sono proprio da collezione poiché nel corso del tempo sono stati sostituiti da altri materiali come la plastica. “U’ Cistaru” quella figura professionale attiva fino agli anni’50 ossia colui che produceva cisti, panara, tafariedi e oggetti simili. Un vero maestro, abile ed indispensabile ed andava a lavorare legno o canne della macchia vegetativa delle campagne locali. Un lavoro davvero duro che si faceva da mattina a sera specie con la bella stagione. Raccoglieva i piccoli fusti di castagno,li suddivideva in spezzoni di metri 1,50 o 2 al massimo. Poi li infornava per circa 15 minuti per far si che fossero secchi e morbidi. Dopo averli estratti dal forno, li tagliava per metà e con un coltello,da ogni spezzone, ne distaccava una striscia sottile che, stretta con i denti incisivi, veniva così separata dal resto del legno. Per questo motivo, per la continua usura in genere si incontravano cestai quasi sempre sdentati. Con le listelle separate si componeva prima l’orditura delle ceste e quindi, tramite un ferro mosellato a serpentina si definiva l’incrociatura. Rifinita la bordatura il prodotto e qualche altro piccolo ritocco, il prodotto era pronto per essere venduto nelle fiere, nei mercati o con degli appositi giri in strada soffermandosi magari in uno slargo dove era possibile depositare le ceste, i panieri i cestini accogliendo le massaie incuriosite e potenziali clienti visto il bisogno di quei semplici contenitori usati da sempre nella tradizione della vita agro-pastorale dei nostri luoghi. Nelle fiere lo si vedeva immerso nella sua gamma di prodotti si potevano trovare i ‘cofini‘, di grandi dimensioni ( talvolta alti sino ad un metro e mezzo ), costituiti di canna e giunco intrecciati; i ‘panari’, panieri di giunco, canna e vimini di forme assai varie a seconda della destinazione; così quelli usati per il trasporto del pesce hanno il fondo molto piatto e un manico alto, mentre sono piccoli e profondi in proporzione quelli destinati alla conservazione della frutta. Ancora ai ‘cannistrari‘ si deve la fabbricazione di piccoli cestini di giunco fittamente intrecciato, ‘fasceddi‘ a corpo stretto e profondo, in genere destinati alla preparazione di ricotte e formaggi.
Una bella arte che non bisogna perdere!



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