Storia dello zolfo di Calabria: Giacimenti nel comprensorio di Strongoli, Melissa e S. Nicola dell’Alto

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Le notizie che riporto sono estratte dal libro dell’ingegnere minerario Attilio Scicli, un volume che racconta la storia dello zolfo di Calabria nel Crotonese. Egli lasciò la sua Bologna per scendere dalle nostre parti e seguire direttamente lo studio delle miniere, delle attrezzature e dell’organizzazione della manovalanza locale.

L’Italia, fino agli anni Cinquanta, era la più grande produttrice di zolfo. La Sicilia possedeva il 20% della produzione, poi venivano Romagna, Marche, Campania e infine Calabria. Le miniere di Romagna e Marche erano le più efficienti e producevano il 50% della produzione, le 130 miniere sicule si collocavano al secondo posto, poi Campania e Calabria. A nessuno dei neo meridionalisti venga in mente di asserire che la Sicilia fosse leader, i dati parlano chiaro e indicano un meritato secondo posto.

In Calabria, invece, la situazione è ben diversa. Lo zolfo veniva estratto fin dal periodo greco, ne sono testimonianza le monete, i cesti e persino i vasi rinvenuti a Calcarella e Santa Domenica. Non poteva mancare l’uso dello zolfo tra i Greci, che se ne servivano, come oggi, per proteggere le vigne. I Romani invece lo usavano per accendere il fuoco, avvolgevano le fiaccole e addirittura con lo zolfo producevano mastici. Si pensa che l’incremento della produzione dello zolfo sia avvenuto nel periodo in cui si inventò la polvere pirica, cioè intorno al XIV secolo.

L’estrazione nel territorio di Strongoli avvenne nell’Ottocento. Lo testimoniano le grandi discariche di genisio che si trovavano in tutta la zona circostante. Questo terriccio di origine solforosa ancora oggi viene utilizzato per la sistemazione delle strade poderali, in quanto ritenuto molto protettivo durante la stagione delle piogge, utile a salvaguardarle da eventuali formazioni fangose.

La prima ricerca del minerale avvenne nel 1885, si intravide un filone di zolfo di prima qualità ma, con meraviglia, si scoprì che quell’estrazione era già stata praticata in precedenza. Si potevano notare enormi vuoti nella miniera e la formazione di grandi gurne d’acqua.

Difficile però era il lavoro in Calabria, come si poteva evincere dalla mancanza atavica di strade. Il minerale veniva portato a dorso di mulo alle stazioni di Strongoli e Torre Melissa. A questo inconveniente si aggiungeva la mancanza di case, capannoni, pagliai, luce e acqua. In tali condizioni pochi accettavano di lavorare. Per colpa del trasporto la manodopera diventava sempre più scarsa e di conseguenza il lavoro sempre meno efficiente e la produzione di bassissima qualità. Inoltre il tutto era gravato anche dalle imposte sull’energia elettrica utilizzata, scavare lo zolfo di Calabria era davvero un’impresa eroica.

Fu questo che, poco per volta, incuriosì le prime imprese a inoltrarsi nell’entroterra crotonese, principalmente nei territori di Strongoli, Melissa e San Nicola dell’Alto. Gli eroici operai scavavano buche e, individuato il minerale, lo estraevano e lo trattavano in loco. Fu la prima fortuna di questi coraggiosi imprenditori.

Vennero però vessati dai finanziatori che affidavano loro pochi denari, costringendoli a trovare operai a cottimo. Mancava ogni forma di sicurezza, tra crolli, smottamenti e numerosi focolai di antimonio. La Sicilia e la Calabria dipendevano dall’ufficio di Napoli, troppo distante per una vigilanza efficace.

Si cominciò a inviare i primi esperti solo nel 1901, tra questi l’ingegnere Antonio Nardi, che per intraprendere seriamente decise di attendere l’arrivo dell’energia elettrica. Gli operai delle miniere di Santa Maria del Comero, Comero e Santa Domenica erano quasi tutti provenienti dal comprensorio di Strongoli, Melissa, San Nicola dell’Alto, Pallagorio e Verzino e, insieme all’esperienza di alcuni tecnici siciliani giunti appositamente sul posto, portarono avanti la manovalanza mineraria. I più apprezzati, secondo l’illustre parere dell’ingegnere Scicli, erano gli operai di San Nicola dell’Alto e Pallagorio.

Nel 1954 la manovalanza crebbe molto, superando gli esordi. La punta massima fu toccata nel 1888 con 939 operai e un’estrazione di 18.892 tonnellate di zolfo greggio. La punta minima si registrò nel 1922 con solo due operai e un’estrazione di appena 58 tonnellate di greggio.

Il comune di San Nicola dell’Alto beneficiò notevolmente di questa attività, tanto da diventare il paese della provincia di Catanzaro con il maggior numero di immigrati. La ricchezza e l’agiatezza regnavano sovrane, il denaro circolava e diversi cittadini, partiti come operai, iniziarono a realizzare sogni di imprenditoria nel campo minerario. Si acquistavano facilmente terreni che diedero avvio a una nuova cultura agricola che ancora oggi viene portata avanti con tanti sacrifici.

Arrivò poi il momento del crollo anche per San Nicola, con la crisi dello zolfo, e iniziò l’emigrazione. San Nicola, nel periodo d’oro delle miniere, era popolato da molti siciliani che con la loro presenza avevano portato, oltre all’esperienza mineraria, anche benessere all’interno del paese. Chiuse le miniere, perse le ricchezze, oggi è il più piccolo comune del Crotonese.



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