
È una tradizione giunta a noi dalla Magna Grecia: si accende per rischiarare la notte ai cari defunti una lampada, ovvero una sorta di lampada fai da te, usando l’olio e un particolare fiore essiccato conosciuto anche con il nome di “lumìno greco”.
Molto semplice da costruire, a dire il vero: mia nonna la accendeva anche quando mancava la luce e le candele. Fu proprio lei a insegnarmi come si costruiva. Serve un bicchiere di vetro riempito con acqua per due terzi e con olio d’oliva per un terzo, e l’uso di un fiore essiccato come stoppino: il fiore di Ballota acetabulosa, chiamato “micciariallu”.
Il peduncolo di questo fiore si comporta come canale d’aspirazione dell’olio combustibile, appoggiato su un piccolo treppiede fatto da un pezzetto di canna o di sughero con un foro centrale. Finché vi è olio nel bicchiere, lo stoppino arde e fa luce.
L’uso di questi stoppini vegetali era molto diffuso nell’Italia meridionale e in Grecia nei secoli scorsi, utilizzati per l’illuminazione delle case, oggi come lumini per i defunti. Per gli anziani era d’obbligo farlo: credevano che la luce che emana la candela rappresenti la vita che, consumandosi a poco a poco, simboleggia la vita che si sta spegnendo.
Ma non solo: secondo le credenze popolari e religiose, un lumino acceso in casa permette ai defunti di godere di tutta la luce necessaria per affrontare al meglio il viaggio e indica la strada del ritorno verso casa. I Morti ritornano a frequentare, per un solo giorno, le loro case ed è usanza, ancora in alcune famiglie, la sera del 1° novembre, prima di andare a dormire, lasciare la tavola imbandita, perché si crede che essi, i Morti, si siederanno a tavola e mangeranno. Da qui la tradizione si innesta nell’usanza della cosiddetta “anima dei morti”.
Ricordare le nostre tradizioni popolari, in queste occasioni, serve anche a rinnovare il nostro invisibile legame con i defunti, che va ben oltre la materialità di questo mondo.

