
Chiosa così Garibaldi in una famosa lettera scritta ad Adelaide Cairoli dopo l’episodio dei Mille garibaldeschi: *«gli oltraggi subiti dalle popolazioni meridionali sono incommensurabili. sono convinto di aver fatto male, nonostante ciò non farei oggi la via dell’Italia meridionale, temendo di essere preso a sassate, essendosi colà cagionato solo squallore e suscitato solo odio»*¹.
Questa, come tante altre frasi, è stata estrapolata dai neomeridionalisti da discorsi ben più complessi e sicuramente da discorsi «girati» per fare propaganda. Ultimamente mi è capitato di assistere a un discorso sconfusionato fatto nei gruppi meridionalisti, in cui un tipo affermava: «che Garibaldi si trovava in Aspromonte per inquietare le contadine calabresi e per ciò ferito da un marito geloso». Questo è il prezzo di affidarsi a schiere di «storici», camionisti di giorno e, dopo le 5, a fare conferenze.
Ora chiarirò una volta per tutte a questi signori quanto danno stanno facendo alla storia.
Sebbene l’epopea dei Mille si fosse conclusa, come ben conosciamo, con la decapitazione dello Stato duosiciliano attraverso enormi perdite, senza cognizione di causa e armato alla meno peggio, il generalissimo riaccende la miccia della rivoluzione al grido di «Roma o morte». La sua scelta era fatta, intendeva marciare sull’Urbe.
Al compimento dell’unità nazionale mancavano Venezia e Roma e, per riuscire nell’impresa, non c’era che un modo, il solito modo: bisognava conquistarle e occorreva l’assenso di Garibaldi, che restava l’alto patrono, dice Indro Montanelli².
Il Generale si trovava nella sua bella isola di Caprera col figlio Menotti fino al 25 giugno di quel ’62, quando, per recuperare il suo credito coi suoi seguaci, si imbarcò per Palermo. Tra i suoi vi era Guerzoni, suo fedelissimo, il quale, sempre dalle parole del Montanelli, riporta così fedelmente la sua frase: «nessuno di quanti lo accompagnarono seppe mai dal suo labbro né dove s’andasse né perché s’andasse». Nemmeno Garibaldi sapeva il perché di quel viaggio³.
Il Nizzardo non aveva ancora ben chiara la strada da percorrere e puntò sulla Sicilia, come in quel «maledetto» 1860. Giunto a Palermo, lo accolsero trionfalmente e li alluvionò di discorsi infiammati, minacciando un nuovo Vespro.
Circa tremila volontari erano affluiti al suo richiamo, mentre a Torino non sapevano che fare. Il Governo chiedeva a Rattazzi d’intervenire. Tra i volontari, tanto per la cronaca, non vi era nessuno della vecchia guardia, né Bixio, né Medici, Sirtori e Cosenz, integrati, come falso premio, nell’esercito piemontese⁴.
Quelli dell’Interno proclamarono lo stato d’assedio in tutto il Mezzogiorno e spedirono il generale Cialdini a sedare il brigantaggio e a fermare Garibaldi.
Intorno alle 4 del mattino, le camicie rosse, partendo da Catania con due piroscafi, Dispaccio e Abbatucci, giunsero nel luogo prestabilito. Intanto Rattazzi destituì Pallavicino, dimostratosi permissivo col Garibaldi, e al suo posto nominò Enrico Cialdini. Venne così ordinato di «bloccare le camicie rosse».
Allertato l’esercito regio italiano, che stanziava in Calabria per i motivi che già conosciamo, si disse di fermare Garibaldi. Era l’alba di quel 25 agosto. Lo sbarco avvenne tra Melito e Capo d’Armi. Incontrarono così un primo comparto regolare, grida di saluto si innalzarono, ma la risposta fu una scarica di proiettili sui «rivoltosi».
I rivoltosi guardarono sbigottiti il Generale, che non capiva il gesto, comprendendo subito che, se avesse risposto al fuoco, sarebbe stata guerra civile, e si diresse sulle alture aspromontane.
I garibaldini, flagellati dalla pioggia insistente, si inerpicarono sul selvaggio e brullo acrocoro. La colonna rossa, priva di viveri, si era affidata a guide che si rivelarono delle spie, che li fecero vagabondare per giorni, in tutto quattro, per raggiungere le vettovaglie al rifugio dei forestali, dice Eva Cecchinato⁵.
Rimasero in 500, si dispersero per la fame e le malattie e, il 28 agosto, giunse a Gambarie con i 500 stremati e affamati. Si incolonnarono sull’acrocoro aspromontano verso Santo Stefano, stremati e affamati, osservando l’ostilità della gente che già conosceva i garibaldini.
A Santo Stefano d’Aspromonte giungono affamati e qui, come cavallette, divorarono tutto ciò che incontravano nei pochi campi arati.
Il 29 agosto del 1862 successe l’irreparabile. Attaccati verso le 4 del pomeriggio da un reparto di bersaglieri, i garibaldini si arrendono. I 1500 bersaglieri, guidati dal Pallavicini, aprirono il fuoco per fermare Garibaldi.
Interviene il Montanelli ancora una volta dicendo: *«vedendoli avanzare, il generale gli venne incontro da solo, allo scoperto, la mano destra sull’elsa della sciabola, la sinistra sul fianco. forse sperava che avrebbero abbassato i fucili (…) invece gli spararono addosso, ed una pallottola gli strisciò la coscia»*⁶.
Cairoli, intanto, accorreva per sorreggerlo, mentre in 10 minuti di fuoco lasciarono sul terreno 12 morti e 40 feriti. Al Pallavicini, inoltre, erano giunti ordini di non scendere a patti e di accettare solo la resa.
Intanto il Presidente del Consiglio Rattazzi sospende la corrispondenza telegrafica col Sud, il quale risultava tagliato fuori, e alla fine un ultimo telegramma annuncia la cattura di Garibaldi: «dopo accanito bombardamento garibaldi è ferito e caduto nelle nostre mani».
Su un’improvvisata barella si lasciò trasportare a Scilla, donde, via mare, lo cacciarono in prigionia a La Spezia. Inoltre, nei giorni a seguire il suo ferimento, i suoi comparti furono braccati e internati fino al 5 ottobre, quando, con un’amnistia, vennero liberati.
Chiosa ancora Montanelli: *«la nota farsesca di tutta quella vicenda furono le 76 medaglie al valor militare distribuite ai vincitori e la promozione sul campo a pallavicini per meriti speciali»*⁷.
Inoltre Luigi Ferrari, che azzoppò Peppino, venne insignito di una medaglia d’oro. Rattazzi, intanto, a Torino, cercava di far passare frettolosamente la tempesta che si era creata.
Non soltanto l’Italia, ma tutta l’Europa era in subbuglio per Garibaldi. A Parigi, a Lipsia, a Stoccarda era un rincorrersi di dimostrazioni d’affetto e a favore di Garibaldi. Palmestrom spedì un letto per la convalescenza del Generale.
A Napoleone, inoltre, venne detto che il Governo si comportò in quel modo dimostrando la sua volontà di ordine. Ecco spiegato il perché i libri di storia raccontano in due parole l’evento dell’Aspromonte. La replica dell’Imperatore fu negativa e sgarbata.
Sebbene alla ricostruzione dei fatti manchino ancora molti elementi, andati distrutti o seppelliti negli archivi di Casa Savoia a Cascais, bene o male il primo Ministro riuscì a scagionarsi, comprendendo che da quell’avventura il Governo usciva più screditato e il Paese più diviso che mai.
Tuttavia, mentre succede tutto questo, il Nizzardo fa ritorno alla sua Caprera al fine di rimettersi in sesto. Intanto celebri chirurghi da tutta Europa accorrono al suo capezzale. Da Napoli ricordiamo il celebre Pallavicini Francesco, di nota fama. Inglesi, russi e francesi accendono rivalità sul come operare, palpano, cercano risposte, si parla persino di amputazione, alla fine scongiurata.
Intanto la stampa segue i risvolti fin quando, dice A. Denis: «fu nelaton di origine inglese che svelò il mistero dell’astragalo di garibaldi». Il Nizzardo era stato colpito a un angolo dell’arto inferiore poco conosciuto, detto astragalo⁸.
¹ Da una lettera ad Adelaide Cairoli del 1868, citato in Lettere ad Anita ed altre donne, raccolte da G. E. Curatolo, Formiggini, Roma, 1926, pp. 113, 116.
² Indro Montanelli, Storia d’Italia dal 1861 al 1919, Corriere della Sera, pag. 44.
³ Ivi, opera citata, pag. 47.
⁴ B. Croce, Storia d’Italia dal 1871 al 1915, a cura di Giuseppe Galasso, Adelphi; D. Mack Smith, Cavour e Garibaldi, Rizzoli, 1999. Tradotto Gori P.
⁵ Eva Cecchinato, Le Camicie Rosse. I Garibaldini dall’Unità alla Grande Guerra, Laterza, 2007.
⁶ Indro Montanelli, opera citata, pag. 50.
⁷ Ivi, pag. 51.
⁸ M. Denis Danis, L’astragalo di Garibaldi, Masson, 1984, pp. 84, 89.

